di Francesco Cristiano Bignotti

Who has seen the wind?

neither I nor you:

but when the leaves hang trembling,

the wind is passing through.

Who has seen the wind?

neither you nor I:

but when the trees bow down their heads,

the wind is passing through.

(Christina Rossetti, in Sing-Song: A nursery rhyme book, 1872)

Nessuno ha visto il vento. Né io, né voi. Eppure le foglie tremano. Leggendo molti testi ho potuto percepire come molta della poesia contemporanea, ma per essere sinceri anche quella precedente, cerca di rendere visibile l’invisibile presentandolo nei propri versi. Rossetti fa l’opposto: dichiara l’invisibilità e ne mostra l’effetto. È questa la pregnanza filosofica di questo testo, una delle più acute e sottili che ho trovato nelle mie ricerche, ed è forse proprio per questo che Christina Rossetti ha pensato di consegnare questa poesia ai bambini. Loro non hanno ancora imparato a mediare. Infatti questi versi appartengono ad una raccolta dedicata ai più giovani ma che contiene una serie di componimenti che si prestano ad una lettura stratificata. Sta anche in questo la grandezza di un poeta: far si che il proprio testo possa essere apprezzato e letto su molteplici livelli di approfondimento e comprensione. Ed è proprio questo il caso.

Se lascio entrare il pensiero nelle immagini costruite dalla poetessa scorgo l‘inaspettato, ciò a cui non siamo preparati. Un colpo. Un arrivo concreto, ma non-previsto. L’inaspettato del reale, nel reale. È inaspettato: non siamo mai definitivamente e mai completamente pronti a questo incontro. L’improvviso bussa, si staglia sulla soglia del provvisorio possibile che tutto ci circonda. È uno scontro violento tra ciò che è impreparato e ciò che è improvviso. Non può esserci maggiore dinamicità, sorpresa e smarrimento, di quella che ci può regalare questa situazione esperienziale.

Qualcuno potrebbe osservare che sembrerebbe un incontro tra due mancanze. E invece no, dico che è l’incontro tra due pienezze. Si scava in profondità, si attraversa totalmente il reale ponendosi su quel piano invisibile che è piano di immanenza, piano di contatto tra essenziali che non può essere costruito a priori, non lo si può né attendere, né pre-meditare . Il vento di Rossetti è esattamente questo piano invisibile e di immanenza. Non si vede, ma si incaglia qui. Nessuno ha visto il vento, né voi, né io. Non è assenza, è pienezza invisibile. Noi pieni della nostra impreparazione, il vento pieno della sua forza. E tutti insieme pervasi della pienezza dell’incontro Quando c’è l’incontro, non c’è una sintesi, ma c’è tremore esperienziale. Il vento non presenta mediazioni. Le foglie tremano, gli alberi chinano la testa. Non c’è un annuncio, c’è un effetto. È il colpo secco. È l’azione. Il vento non bussa, passa. E quando passa, siamo già dentro.

Ciò che non si vede, s’incaglia qui, all’interno dell’esperienza immediata come esplosione vigorosa di essenze, una detonazione invasiva e pervasiva di sensi e significati che si diramano dai segni visibili o udibili che incontriamo. Abbiamo passato gli ultimi decenni a preparare tutto: notifiche, anticipazioni, trigger. L’inaspettato è stato espulso come errore di sistema. E invece Rossetti ci ricorda che l’unica prova dell’essenziale è indiretta, arriva senza notifiche, non si programma. È essenziale. Non vediamo il vento, vediamo gli alberi chinare la testa. Rossetti non usa questa filosofia solo qui, ma anche altrove. Ad esempio in Song (two doves upon the selfsame branch) non ci fa vedere l’amore, ma ci presenta due colombe sullo stesso ramo, come in A dumb friend non ci fa vedere la fedeltà, ma un amico muto che resta per sempre accanto a noi.

L’inaspettato non è miraggio, che sarebbe un inaspettato falso dove si vede qualcosa che realmente non c’è. Il vento è l’inaspettato reale: non vedi qualcosa che realmente c’è. Passare dal miraggio al vento è passare dall’allucinazione alla realtà.

Il vento è ciò che incanta, è l’incanto come azione improvvisa, non mediata e non meditata, che evoca tutto ciò che non si vuole buttare, tutto ciò che si vuole conservare. Il vento è ciò che resta. Pensiamo all’incanto come trasformazione, fusione, ad uno stupore intimo che permette di ricevere esperienza e modificare quella stessa esperienza.

Mi piace immaginare che Christina Rossetti, posta in ascolto del vento che imperversava nelle campagne di Holmer Green nel Buckinghamshire, o tra le vie di Londra, rispondesse con un Amen, lei che era profondamente Cristiana. Non in segno di rassegnazione. Questo Amen è un dire sì a ciò che passa attraverso, senza averlo visto. Le foglie tremano, gli alberi si inchinano, lei diceva Amen. Potremmo dirlo anche noi. Non perché abbiamo capito il vento, ma perché abbiamo sentito il suo passare. Non c’è un approccio intellettualistico, ma è un puro sentire.

Ecco allora tutta la potenza di Who has seen the wind?, non solo una poesia per bambini dalle efficaci figure retoriche e scorrevolezza del verso. È una proposta di esistenza: esistere è essere attraversati da ciò che non si vede ed avere il coraggio di registrarne il tremore senza inventare una spiegazione che lo copra. Il vento passerà ancora. Non lo vedremo. Ma sentiremo che è passato.