di Yuleisy Cruz Lezcano
Figlia, no le favole, vieni qua! Se avessi avuto una figlia direi… c’è da raccontarti una storia vera. Nonostante i progressi, le leggi, le parità dichiarate e quelle presunte, prima o poi ti diranno che sei femmina, ma non per dirti che sei forte, resistente, tenace, intelligente. Te lo diranno per farti un torto, per limitarti, per collocarti. Lo useranno come una cornice per decidere chi puoi essere, come puoi muoverti, cosa puoi indossare, che cosa ti è concesso e quando ti sarà tolto. Ti insegneranno, fin da piccola, che certe cose non si fanno, che non si urla troppo forte, che non si risponde, che bisogna stare attente, essere educate, sorridere. Poi arriverà il corpo a tradirti. Un giorno hai quindici anni e sei nel cortile sotto casa, e la tua amica, più grande di te, già iniziata ai misteri della femminilità, ti guarda le gambe e ti dice che non puoi girare così, che hai i peli. Prima ancora che tu possa provare a chiederti perché, lei ha già preso la lametta di sua madre e ha iniziato a passartela sulle gambe rosse, graffiate, ma lisce. In quel momento diventi più grande, più donna, ti dicono, più accettabile e tu ci credi.
A quindici anni hai imparato a nascondere, a depilarti prima di metterti i pantaloncini, a scegliere il vestito giusto che sia femminile, ma non troppo, perché altrimenti passi da provocatrice. Hai già capito che devi essere bella, ma non consapevole, sensuale, ma inconsapevolmente, desiderabile, ma ignara. Perché se sai cosa stai facendo, se scegli il tuo corpo, allora sei fuori controllo, e una donna fuori controllo è una minaccia. Il corpo femminile è un campo di battaglia, si scandaglia, si giudica, si misura, si commenta. Non appartiene mai davvero a chi lo abita ma è un oggetto pubblico travestito da identità privata. I peli sono uno dei primi strumenti con cui si esercita il controllo. Nell’uomo sono forza e virilità, nella donna, sporco, trascuratezza, bruttezza. Doppio standard, vecchio quanto il patriarcato, eppure ancora vivo, e ancora efficace.
La sociologa Sandra Bartky già negli anni ‘80 parlava di “disciplinamento del corpo femminile” come strumento primario del potere patriarcale. Non è solo questione di estetica: è un meccanismo di interiorizzazione. Ci si abitua al controllo esterno fino a renderlo norma interna. Ogni gesto – radersi, camminare su un tacco dodici, stringersi in una gonna che ti limita i movimenti – diventa atto volontario, ma in realtà risponde a un copione imposto. L’illusione della scelta individuale è la strategia più riuscita del sistema. Si cresce così, in un mondo che ti dice che puoi fare tutto, ma intanto ti chiede di adattarti sempre. Dove si fa passare l’esibizione del corpo per emancipazione, purché avvenga nel solco di uno sguardo maschile che la riconosca e la approvi. I media non sono da meno: la donna in televisione, al cinema, nei social, è quasi sempre incorniciata in una sessualizzazione costante. L’inquadratura all’altezza del sedere è diventata uno standard invisibile, naturale, persino “femminista” in certi contesti, come se bastasse essere “padrona” del proprio corpo per sfuggire alla gabbia di aspettative che ci cresce intorno. Ma il problema non è solo culturale. È pratico, quotidiano. “Falla ubriacare”: questa frase – letta, sentita, sussurrata – è un campanello d’allarme di proporzioni gigantesche. È il segnale che qualcosa è saltato nei riferimenti etici, nella percezione del consenso, nella gestione del potere tra i sessi, come se l’assenza di lucidità, in una donna, fosse una scorciatoia legittima per ottenere ciò che in stato di veglia potrebbe non concedere. È qui che si inserisce il concetto fondamentale, e spesso scomodo, dell’autoprotezione.
Non è colpa, non è nemmeno colpevolizzazione ma consapevolezza. Non possiamo più permetterci di raccontare alle ragazze che la libertà coincida con il compiacere. Che essere “cool” significhi accettare dinamiche che non si comprendono fino in fondo. La vera rivoluzione non passa per l’emulazione dei modelli maschili, ma per la riappropriazione della femminilità come valore. Quando le cose “da femmina” – danza, estetica, cura – saranno rispettate al pari di quelle “da maschio”, allora sì che qualcosa sarà cambiato. Quando un uomo potrà rivendicare il diritto di pattinare sul ghiaccio in prima serata, senza sentirsi ridicolo, allora saremo sulla strada giusta. Nel frattempo, ci tocca l’epica quotidiana. Quelle piccole battaglie invisibili per far sì che il cinturino delle scarpe resti su mentre cammini e non solo mentre posi. Perché sì, esistono ancora scarpe “da donna” che non ti permettono di muoverti, progettate per essere guardate, non per essere vissute; ci sono oggetti per oggetti, corpi per occhi altrui.
La libertà vera, quella difficile, non è quella che ci invita a fare “tutto quello che vogliamo”, purché resti nei limiti dell’approvazione sociale. È quella che ci insegna a dire no senza scusarci, a non giustificarci per ogni cosa che facciamo o non facciamo. È quella che accetta il fatto che sì, essere donne oggi è ancora più faticoso. Ma anche più denso, più coraggioso, più nostro. Niente favole, figlia, solo vita da vivere, ma anche dignità e identità da difendere, con lucidità, con istinto, con voce alta. Anche quando ti dicono che sei “pesante”, anche quando ti fanno sentire sbagliata, anche quando il cinturino delle scarpe ti cade e ti ricordano che non sei nata per camminare, ma per stare ferma a farti guardare.