La poesia è un canto all’amore.

All’amore conosciuto, all’amore perso, all’amore ricercato.
La poesia è un canto silenzioso di anime per altre anime, un canto al cielo, al buio, alla luna.
Siamo “Derive Quotidiane” ed è questo il titolo scelto dal giovane poeta Francesco Giua, pubblicato da Polissena Fiabe e Poesie.
Il mondo onirico si fonde al mondo reale.
“Lascia entrare la notte
elegante sacerdotessa
dal buio affascinante,
dal vestito lucente.
Lascia entrare la notte
forma magica del reale
coro di luci sfuocate
sana pazzia”.
I versi aiutano a descrivere i viaggi nell’ignoto, la curiosità per l’inverosimile e il fascino dell’inimmaginabile.
Il poeta con molta delicatezza ci parla del dolore che rende forti e delle cicatrici invisibili di chi sembra fragile.
“Vorrei essere un finestrino
per navigare
fra gli occhi intensi
di un distratto passeggero.
Essere un finestrino
e senza mentire
cogliere quello
che le confidenze non dicono.
Curare l’affanno
di chi posa il capo, stanco
misurare la strada del ritorno
sui mormorii casuali “.
Quanta cura, quanta pura commozione, quanta voglia di catturare e eliminare gli affanni del mondo per poter cancellare anche i propri. Ansie, delusioni, aspettative, vorremmo riuscire a conquistare una serenità che sembra sempre più lontana in questa società frenetica fatta di cellulari, stories e reel.
Con la poesia si ricerca l’essenziale ed è questo il segreto: eliminare il superfluo e non vergognarsi delle proprie solitudini.
Francesco Giua accompagna infine alle poesie un breve decalogo.
Colpiscono i consigli per la loro pura schiettezza.
“Usare parole che sappiano di buono, che profumino di bontà.
Sciogliere gli occhi.
Salutare le foglie.
Stupirsi.
Chiudere il tribunale che processa quotidianamente gli altri.
Esercitare la pratica della gratitudine.”
Parole dolci, dovremmo ricordarle, dovremmo ripeterle a noi stessi.
Dovremmo ricordarci di essere grati.
Di non dimenticarci che possiamo chiedere aiuto e che possiamo donarlo senza vergogna.
Forse solo così potremmo ricordarci di essere vivi.
Giorgia Spurio