di Yuleisy Cruz Lezcano

In alcuni luoghi in cui si sente come fondamentale il potere della comunicazione e le sue varie forme, lontano dal rumore del quotidiano, esistono luoghi in cui le parole nascono con una cautela quasi sacra. Sono laboratori narrativi e poetici pensati per accompagnare le donne fuori dal labirinto della violenza. Non sono lezioni di scrittura, né corsi artistici: sono spazi terapeutici in cui la narrazione diventa un gesto di libertà e la poesia uno strumento di guarigione. Per molte donne, raccontare la propria storia significa iniziare a riconoscere che ciò che hanno vissuto non è stato “normale”, non è stato un errore loro, e soprattutto non è qualcosa che devono portare sulle spalle da sole.

Il primo passo di ogni percorso di uscita dalla violenza è la consapevolezza. Ma questa consapevolezza, come mostrano studi sociologici e psicologici in tutto il mondo, è spesso ostacolata da emozioni paralizzanti: la vergogna, la paura del giudizio, quel senso di sporco interiore che molte sopravvissute descrivono come una macchia invisibile ma indelebile. La società contribuisce a questo silenzio con pregiudizi ancora purtroppo diffusi: l’idea che “se la sia cercata”, che “avrebbe potuto evitare”, che “poteva andarsene prima”. È dentro questo paesaggio ostile che il laboratorio narrativo e poetico diventa una possibilità concreta di riprendere in mano la propria identità.

La forza di questi laboratori risiede nel modo in cui sono costruiti. Al centro c’è sempre la guida del poeta educatore, che rappresenta una figura che non dirige il percorso ma lo custodisce, garantendo un equilibrio emotivo costante. La sua presenza è allo stesso tempo discreta e decisiva: deve saper ascoltare senza invadere, osservare senza giudicare, intervenire soltanto quando serve per proteggere le partecipanti dal rischio di essere travolte dal dolore, proprio o altrui. Chi partecipa a un laboratorio di questo tipo porta con sé ferite diverse, tempi diversi, capacità diverse di raccontare e di ascoltare. Senza una guida attenta, la narrazione di una donna potrebbe riattivare il trauma di un’altra. Il poeta educatore, che non un qualunque poeta, ma un poeta con i titoli accademici e le capacità esperienziali per affrontare questo percorso, previene il rischio di “contagio emotivo a dominò” attraverso tecniche precise: propone un ritmo equilibrato, regola i tempi di parola, invita a trasformare il racconto diretto in metafore o immagini simboliche quando percepisce che una storia potrebbe essere troppo intensa per il gruppo.

Il laboratorio ha un andamento quasi naturale, ma in realtà ogni passaggio è frutto di una profonda conoscenza dei processi legati al trauma. All’inizio le donne sono invitate a scrivere o descrivere immagini semplici: un luogo interiore, un colore, una stagione, un gesto quotidiano. Questo primo passo permette di parlare di sé senza entrare subito nella zona più dolorosa. È un avvicinamento lento, necessario per ricostruire un senso di sicurezza. Molte donne arrivano con la convinzione di non avere più voce, o che la propria voce non meriti di essere ascoltata. La scrittura, soprattutto se protetta dalla metafora, restituisce loro un modo di nominarsi.

Quando il gruppo ha raggiunto un livello sufficiente di fiducia, inizia la fase in cui le emozioni emergono con più chiarezza. È il momento in cui la narrazione si avvicina al trauma, non necessariamente in modo diretto, ma attraverso simboli, immagini, brevi poesie identitarie. Una donna può scrivere: “sono un ramo piegato dal vento”, e un’altra comprendere perfettamente cosa significhi senza bisogno di spiegazioni. La poesia permette questo: dà forma all’indicibile senza costringere alla crudezza del dettaglio. La scrittura poetica non è un vezzo artistico, ma un linguaggio che offre protezione. Nel trauma, dove la memoria è spesso frammentata, la poesia accoglie il frammento senza chiedere coerenza, e questo è immensamente liberatorio.

Il poeta educatore osserva, interviene quando serve, stempera l’ondata emotiva riportando il gruppo al presente. La sua funzione è impedire che una storia, per quanto importante, diventi l’ombra delle altre. Ogni esperienza ha dignità, ma nessuna deve sovrastare le altre, quando percepisce che una narrazione sta diventando troppo intensa, propone una pausa, un respiro, un cambio di linguaggio: dal racconto alla metafora, dalla parola al colore, dalla memoria alla sensazione corporea. Questo fa sì che il dolore possa essere espresso, ma non lasciato libero di ferire.

Dopo aver attraversato immagini e emozioni, arriva il momento dell’integrazione. Le donne iniziano a collegare ciò che hanno scritto al loro vissuto reale, scoprendo significati che prima non riuscivano a vedere. Alcune portano alla luce la vergogna che le ha tenute in silenzio, altre la paura di non essere credute, altre ancora il senso di indegnità che le ha bloccate per anni. La scrittura permette di osservare queste emozioni senza esserne sommerse. In questa fase, spesso spontanea, nasce un cambiamento: la donna che scrive non è più soltanto colei che ha subito violenza, ma colei che riesce a narrarla, e quindi a guardarla da un luogo più alto.

Molti centri hanno adottato queste pratiche ispirandosi a modelli strutturati, come il Progetto TAMAR, che unisce educazione sul trauma ed espressione creativa. L’idea è che comprendere il proprio trauma e contemporaneamente esprimerlo in forme simboliche aiuti la donna a riprendere possesso della propria storia.