
di Francesco Cristiano Bignotti
“Sweet is the lore which nature brings;
our meddling intellect
misshapes the beauteous forms of thimgs;
– we murder to dissect.”
(William Wordsworth, da The tables turned, 1798)
Donare e ricevere. Senza filtri. Il reale più profondo, quello spontaneo, quello che ci tocca e che si fa toccare, si dipana tra questi due lemmi. Essere pienamente ricettivi senza deformare ciò che si sta ricevendo. Cogliere ed accogliere il reale senza l’interposizione di alcun filtro intellettuale precostituito. Questa è la prospettiva che William Worsdworth ci proponeva in pieno Romanticismo, anticipando ciò che per una certa filosofia dei primi del novecento sarà un vero e proprio paradigma. Come non pensare a filosofi del calibro di James, Bergson, Hartmann, Whitehead ed anche a Nietzsche che con le loro opere hanno tracciato una linea di pensiero molto chiara: basta approcciarsi al reale seguendo solo i dettami freddi dell’intelletto!
Il poeta inglese, con la sua ballata, dallo schema rimico semplice e popolare – un’allitterazione ritmica della “s” ci ricorda il vento che tormenta le brughiere d’oltre Manica – ci offre, condensandola in quattro versi, la sua teoria epistemologica. Potremmo chiamarla teoria della saggezza passiva. Accogliere così com’è ciò che il reale ci dona senza deformarlo. È un colpo. Entra senza barriere. Questo è il senso più concreto. Troviamo scritto “natura”, ma cerchiamo di ripensare questo termine come “reale”, proprio quello che viviamo quotidianamente. Il reale ci presenta direttamente il suo fare profondo, continuo e sapiente. È come una tradizione d’azione da intendersi come saggezza spontanea insita nel reale stesso. Un’abitudine radicata, un modo di agire, un modello d’esistenza. Qui, però, nell’approccio meccanicistico dell’uomo, sorge una forte contrapposizione, una vera e propria ingerenza, un’intromissione non richiesta, un’invasione in campo altrui: è l’intelletto che esercita influenza in un campo non suo, quello del puro sentire spontaneo. L’intelletto infatti fa perdere la forma naturale al reale. Direi anche di più: ha la capacità precipua di togliere quella forma intima e spontanea, agendo sulle cose per privazione, uccidendone proprio la loro forma più profonda.
È la saggezza spontanea opposta all’intelletto mediatore. La prima, che ci sbatte incontro attivata direttamente dal reale incontrato nel nostro cammino, ci offre l’idea di una conoscenza diretta, immediata, senza filtri; si tratta di una conoscenza intuitiva ed organica. Una visione d’insieme. Il secondo è l’intelletto analitico che si intromette tra noi ed il reale, con le sue regole e con i suoi filtri categoriali, vietando un approccio diretto al reale e scevro da modificazioni spontanee. Il continuo dell’intuizione contro il discretizzato dell’intelletto.
Pensiamoci bene. L’intelletto agisce per analisi, dissezionando la continuità dell’esperienza, quindi del reale cui approcciamo ininterrottamente. Ma la natura, il reale, cos’altro sono se non un continuo, un flusso senza sosta, una durata non divisibile se non a posteriori? L’intelletto infatti non riesce a cogliere direttamente il continuo perché ossessionato sempre a dissezionare, catalogare, etichettare ed inquadrare la realtà. Nel suo agire l’intelletto spezza l’originaria ed originale formatività del reale, riproducendocene una versione distorta ed artificiale. Il puro sentire, l’intuizione, invece, agendo direttamente ed avendo la capacità di accogliere senza filtri ciò che ricevono, sono in grado di cogliere il continuo.
Wordsworth ha scritto questi versi alla fine del Settecento, nel pieno della rivoluzione industriale, per esprime il timore che il progresso scientifico e l’urbanizzazione del tempo stessero allontanando l’uomo dalle sue radici spirituali, frammentando la realtà invece di accoglierla nella sua interezza. Era la critica del più fervente Romanticismo all’Illuminismo imperante. La totalità o la parte? La visione organica e d’insieme o la visione specialistica e di settore? Unire o smontare? Afferrare o essere in condizione di ricevere apertamente? Oggi, in un’epoca in cui la fortissima specializzazione della conoscenza tende sempre più a sezionare il reale in miliardi di frammenti che non si riescono mai a riconnettere veramente tra loro, ed in un tempo in cui l’approccio intellettuale mediato dalla tecnologia propone forme di esistenza che si allontanano dal puro sentire intuitivo, generando pericolosi solipsismi, le riflessioni mosse dai versi del vate inglese sono di una freschissima attualità. Lasciare da parte un approccio puramente intellettuale in favore di uno più intuitivo, con un puro sentire alla sua base, potrebbe essere una delle chiavi per riappropriarci delle relazioni profonde tra le cose e tra noi ed il reale aprendo la strada ad una riconnessione del tutto con le sue parti, favorendo una concreta visione d’insieme.