Quando il volto sparisce, resta il mestiere

Il cinema è espressione e tutto questo converge spesso nel viso di un attore.

Le famose facce che vengono illuminate, adombrate, ingrandite, alterate: il volto dell’attore è il primo territorio della recitazione: occhi, bocca, sorriso, perfezioni e imperfezioni. Una buona faccia può salvare una scena, una grande faccia può costruire una carriera e spalancare le porte dell’immortalità.

Il primo piano, lo zoom centrato sulla testa, sono una centralità narrativa potente, tale da costituire un elemento fondamentale del racconto. Nel gioco di sperimentazione, mestiere e rievocazione anche nel cinema, ad un certo punto, arriva la maschera. Ma se ogni elemento riprodotto e aggiunto porta qualcosa senza contaminare decisamente quanto raggiunto, coprire completamente il viso di un attore privandolo di qualsiasi forma espressiva del viso rappresenta un marcato cambiamento.

Non parliamo quindi del trucco pesante, del volto deformato, della faccia mostruosa ma ancora espressiva. Quella è un’altra nobilissima tradizione, che parte dal cinema muto e arriva fino ai grandi mostri dell’horror, in quegli ambiti la caratterizzazione sembra addirittura giovarne e i pochi elementi del viso percepibili risultano ancora più incisivi.

Invece quando l’attore è fisicamente presente in scena, dentro un costume o una maschera totale, con il volto umano completamente cancellato, sopravvivono per la recitazione solo corpo, voce, postura, ritmo, presenza.

È una prova durissima, l’effetto estraniante viaggia in due direzioni: il pubblico percepisce qualcosa di inanimato e quindi poco empatico, internamente, l’interprete non può più “correggere” con il viso, cela e rivela bugie e verità. Una battuta infelice non può essere rigenerata con uno sguardo intenso, un mezzo sorriso, una lacrima trattenuta, d’un tratto non è più possibile reinterpretare in modalità visiva tutto il canone espressivo.

 

Dal trucco alla cancellazione della faccia

La storia comincia molto prima dei robot, degli alieni e dei villain con il casco.

Nel cinema muto il volto era già teatro. Lon Chaney Sr., “l’uomo dai mille volti”, trasformava il trucco in destino. Con Il fantasma dell’Opera costruì una delle immagini fondative dell’attore alterato dal make-up: un volto sopraffatto dal trauma subito, dove gli incubi sottopelle si rivelavano parzialmente nell’estetica.

Con Nosferatu, Frankenstein, Dracula e l’Uomo Lupo il trucco diventò architettura dell’immaginario. Max Schreck non era più solo un attore, ma un incubo succhiasangue pestilenziale, Boris Karloff, con le viti sul collo che furono una delle tante invenzioni del truccatore Jack Pierce, era l’imponente e patetica Creatura. Robert Englund, molti anni dopo, avrebbe trasformato Freddy Krueger in una faccia bruciata, ghignante, riconoscibilissima. Rappresentazioni, come detto, che poggiano sull’espressività del viso rimanente, come gli occhi di Darkman e la bocca immobile e quasi serrata di Robocop.

Il salto più radicale avviene quando il cinema decide di disumanizzare davvero il personaggio: non più trasformare il volto, ma cancellarlo. L’attore entra in scena come robot, creatura, alieno, dio atomico, predatore intergalattico, teschio parlante o simbolo politico. Il suo corpo c’è. La sua faccia no.

Ed è lì che nascono alcune delle presenze più memorabili della storia del cinema, spesso da un passato in cui gli effetti speciali erano in realtà peculiarità naturali.

 

Lock Martin — Gort, il gigante di Ultimatum alla terra

In Ultimatum alla Terra, Lock Martin con i suoi 2,31 metri interpreta fisicamente il grande robot alieno. Il volto umano non si vede mai. Gort è una figura liscia, muta, implacabile, innaturalmente asettica. Nessuna espressione, la sua forza è nella presenza monumentale. Agisce spinto da una logica superiore, implacabile come il destino. In lui tutta la poetica della fantascienza degli anni 50, dove l’uomo inizia a non essere più il padrone dell’universo e viene richiamato a prove di responsabilità.

 

Gill-Man — il mostro che recitava con tutto il corpo

Con Il mostro della laguna nera, il cinema classico trova uno dei suoi grandi costumi integrali.

La creatura, Gill-Man, è interpretata da Ben Chapman nelle scene a terra e da Ricou Browning in quelle subacquee. In entrambi i casi il volto umano sparisce completamente dentro una maschera anfibia.

Il fascino del personaggio nasce dalla sua fisicità doppia. A terra è minaccioso, primitivo, quasi goffo nella propria forza. In acqua diventa sinuoso, elegante, ipnotico. Nel contrasto vince l’eccessiva fisicità alternata tra impaccio ed eleganza, caratterizzando con l’azione fisica il personaggio.

 

Haruo Nakajima — l’uomo dentro Godzilla

Haruo Nakajima è l’uomo dentro Godzilla, un costume pesante e ingombrante che nella difficoltà di movimento e nell’esigenza di generare forza e potenza già rivela il tratto interpretativo. Il tema catastrofico, la sottile critica contro lo sviluppo tecnologico dell’uomo a danno del pianeta impattano nel compito quasi impossibile: far sembrare enorme un corpo umano chiuso dentro gomma, lattice e sudore, mentre calpesta dei modellini. Nakajima ci riesce lavorando sul peso. Il passo lento, le spalle, le oscillazioni, la postura, il senso di massa. Godzilla non doveva sembrare un uomo travestito da dinosauro ma incarnare una forza della natura. Il risultato è diventato mito.

 

Bolaji Badejo — lo Xenomorfo come incubo verticale

Lo Xenomorfo di Alien è una delle creature più disturbanti mai apparse sullo schermo.

Bolaji Badejo, con i suoi 2,08 metri e una siluette sottilissima, sparisce dentro il costume biomeccanico disegnato da H.R. Giger. Nessun volto umano, nessuna voce, nessuna espressione. Solo un corpo lungo, elegante, osceno, sbagliato. La sua performance è quasi astratta. Lo Xenomorfo non comunica come un essere umano, lascia percepire un istinto biologico, minaccioso come leggi di una natura aliena a noi sconosciuta. Badejo dà alla creatura una verticalità innaturale, inquietante e distante anni luce dal nostro senso di umanità.

 

Kevin Peter Hall — Predator, il professionista della caccia

Kevin Peter Hall interpreta fisicamente il Predator dentro una delle maschere totali più celebri del cinema fantastico. Al posto del volto umano ci sono casco, mandibole, pelle aliena, armatura e tecnologia da cacciatore intergalattico. Qui il corpo diventa narrazione nella scoperta di un alieno che somiglia, nelle azioni tattiche, simile a noi esseri umani. La sua ritualità, la percezione delle sue azioni che seguono metodi e procedure, i movimenti perfettamente dosati e consapevoli e la calma dell’assassino professionista.

È una delle interpretazioni mascherate più efficaci perché costruisce una personalità senza volto: disciplina, superiorità, ferocia, codice.

 

Doug Jones — l’Uomo Pallido, ovvero l’anatomia sbagliata

Doug Jones è uno dei più grandi specialisti moderni della recitazione senza volto.

Ne Il labirinto del fauno interpreta, tra le altre creature, l’Uomo Pallido. E qui il criterio è perfetto: il volto umano dell’attore non esiste e la creatura ha una faccia vuota, molle, disturbante, e gli occhi nelle mani.

Jones non può affidarsi alla faccia e lavora con dita, schiena, collo, lentezza, postura, il fatto che non riesca a vedere dona alla sua mimica tratti di insicurezza ancora più inquietanti. Ogni movimento è calibrato. Ogni gesto non proviene da una percezione sensoriale e quindi diventa estraneo e nauseante.

Jones ha un talento raro: sparire dentro il costume senza diventare anonimo.

 

Hugo Weaving — V, quando la maschera diventa manifesto

V è una delle maschere totali più pure del cinema moderno. In V per Vendetta, Hugo Weaving è fisicamente in scena, ma il suo volto umano non compare mai. La maschera di Guy Fawkes copre tutto: niente occhi veri, niente bocca, niente mento, niente pelle. Solo quel sorriso fisso, elegante e inquietante.

A quel punto l’attore deve costruire il personaggio con voce, postura, mani, ritmo, portamento.

Weaving ci riesce perché capisce che V non deve essere soltanto un uomo. Deve essere un’idea. Un fantasma politico, un rivoluzionario teatrale, un simbolo con il mantello, uno che se deve far saltare un palazzo almeno ci tiene a farlo con una certa qualità retorica. La maschera non limita il personaggio. Lo crea. Se vedessimo la faccia di V il castello di incredulità crollerebbe miseramente, nella retrocessione del personaggio da visionario a uomo comune. Invece così è grazie alla sua maschera che diventa manifesto.

 

Anthony Daniels — D-3BO/C-3PO, il panico burocratico nello spazio

D-3BO, o C-3PO, il droide protocollare color oro, è una delle maschere totali più riuscite della storia del cinema popolare.

Anthony Daniels è fisicamente dentro il costume. Il suo volto umano non si vede mai. Al suo posto c’è una faccia metallica immobile, con occhi fissi e bocca bloccata. Tutto porterebbe all’inespressività e invece, nella parodica imitazione di atteggiamenti biologici diventa vivo.

Daniels costruisce il personaggio con postura, mani, piccoli movimenti nervosi, inclinazioni, voce, panico elegante. D-3BO è un robot con l’anima da impiegato amministrativo precipitato in una guerra galattica senza aver prima compilato il modulo corretto.

La maschera non cambia mai, ma il personaggio cambia continuamente tono. È spaventato, offeso, premuroso, pedante, tragico, comico.

È una prova enorme: rendere isterico un volto immobile.

D-3BO dimostra che la maschera totale può essere anche comicità. Non serve una faccia mobile per far ridere. A volte bastano due mani alzate e la disperazione di un computer con le braccia che vorrebbe solo tornare a protocolli che sa gestire perfettamente.

 

Jared Leto — Skeletor, Masters of the Universe

Tra gli esempi più recenti di maschera totale c’è Skeletor, interpretato da Jared Leto. Qui il volto umano sparisce completamente dietro una faccia scheletrica artificiale, iconica, estrema, provocatoria. Il pubblico non guarda più Jared Leto, è il teschio che parla, minaccia, si impone e si prende la scena come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Ed è proprio questo il punto. Skeletor è un personaggio difficilissimo da portare al cinema senza farlo scivolare nel ridicolo involontario. È un lich muscoloso, un cattivo da giocattolo anni Ottanta, una figura che sulla carta potrebbe sembrare troppo fumettosa per funzionare davvero. Invece la maschera totale lo aiuta, perché lo strappa all’umanità e lo trasforma in presenza.

Leto non prova a normalizzarlo, non gli cerca una misura realistica, non lo riporta a terra. Lo lascia essere sopra le righe, teatrale, farsesco, sfruttando la libertà di movimento, compiaciuto del proprio aspetto assurdo è come se ti spingesse ad ammirarlo. E in questa scelta trova la chiave giusta, perché Skeletor non deve sembrare plausibile: deve sembrare assoluto.

Qui un’analisi più completa di questo personaggio https://www.poesiafemminilesingolare.it/jared-leto-il-grande-assente-di-masters-of-the-universe/ e qui la recensione del film https://www.poesiafemminilesingolare.it/masters-of-the-universe-recensione-positiva/

 

Due casi speciali: Marvin e Dart Vader

Tra le molteplici collaborazioni che vedono più attori coinvolti nella realizzazione di un personaggio citiamo due casi speciali, in cui la maschera non appartiene a un solo interprete, nasce da una speciale alleanza di intenti.

 

Il primo è Marvin il Paranoide in Guida galattica per autostoppisti. Qui la divisione è molto chiara: Warwick Davis è fisicamente dentro il corpo del robot, mentre la voce originale è di Alan Rickman. Il risultato è magnifico. Davis dà a Marvin la postura, il passo, la lentezza, le spalle basse, la depressione articolare. Il suo corpo sembra dire: “Ho visto l’universo, e francamente poteva organizzarsi meglio”. Rickman aggiunge la voce: piatta, dolente, sarcastica, mortalmente stanca. Una voce che sembra arrivare da un ascensore bloccato da milioni di anni. Marvin funziona proprio perché corpo e voce si completano. Davis costruisce la malinconia fisica; Rickman la trasforma in filosofia depressiva. È un esempio perfetto di maschera totale sdoppiata: un attore si muove, un altro parla, e insieme creano uno dei robot più tristi e divertenti della fantascienza.

 

Il secondo caso, ancora più monumentale, è Darth Vader. Anche qui il personaggio non nasce da una sola presenza, ma da una composizione quasi alchemica. David Prowse è il corpo dentro l’armatura: l’altezza, la massa, il passo pesante, la minaccia fisica. È lui a dare a Vader quella qualità da torre nera in movimento, da destino che attraversa un corridoio. James Earl Jones è la voce: profonda, metallica, imperiale, capace di trasformare ogni frase in una sentenza. Poi c’è il respiro, elemento sonoro puro, quasi una firma biologica della macchina. Vader è corpo, voce, rumore e maschera. Non vediamo mai davvero un uomo: vediamo un’icona costruita per strati. Ed è proprio questa separazione a renderlo eterno. Un attore cammina, un altro parla, il suono respira per entrambi, e il cinema inventa uno dei cattivi più riconoscibili di sempre.

 

Menzioni speciali

Pur non rispettando il criterio di “maschera totale” alcune citazioni sono opportune.

Ai già citati Lon Chaney Sr. nel Fantasma dell’Opera, padre spirituale del tema, Max Schreck in Nosferatu e Boris Karloff in Frankenstein e Robert Englund come Freddy Krueger, ricordiamo Ron Perlman come Hellboy, Dave Bautista come Drax, Rebecca Romijn come Mystica, Doug Bradley come Pinhead e Ray Park come Darth Maul sono grandi esempi di trasformazione, ma il viso, anche alterato, lavora ancora.

Ricordiamo i pupazzi puri, come Gonzo o Yoda, lì c’è una meravigliosa arte performativa, ma non il corpo intero dell’attore fisicamente in scena dentro una maschera totale.

Infine la motion capture pura, come Gollum o Smaug: prove enormi, ma il corpo che vediamo sullo schermo non è quello fisico dell’attore dentro un costume.

 

Il segreto del successo

Coprire interamente il viso spesso è più un’esigenza narrativa che una scelta stilistica. Raccontare un personaggio che si presenta con tutta la sua inumanità può, in certi casi deve, essere sviluppato in questa direzione.

Quando funziona, lo spettatore smette di chiedersi chi ci sia sotto. Non vede più il casco, il teschio, il robot, la creatura, l’armatura o il mostro. Vede solo il personaggio.

Ed è lì che l’attore vince davvero: quando sparisce del tutto e il cinema lo ricorda, speriamo per sempre.