
Regia: Travis Knight
Uscita: 5 giugno 2026
Attori principali: Nicholas Galitzine, Camila Mendes, Idris Elba, Jared Leto, Alison Brie, Morena Baccarin, James Purefoy, Kristen Wiig
Produzione: Amazon MGM Studios, Mattel Studios e Escape Artists. Tra i produttori risultano Robbie Brenner per Mattel Films e Todd Black, Jason Blumenthal e Steve Tisch per Escape Artists.
Un film per tutti, incredibilmente
Il nuovo Masters of the Universe riesce in un’impresa che oggi sembra quasi più complicata che salvare Eternia: essere un film per tutti. Non è volgare, non è inutilmente violento, non tenta di traumatizzare l’infanzia di nessuno e non costringe i genitori a fissare il soffitto della sala chiedendosi dove abbiano sbagliato. È un’avventura colorata, rumorosa il giusto, piena di cuore e abbastanza autoironica da sopravvivere a mantelli, spade magiche e nomi che, detti a voce alta, metterebbero in difficoltà anche un presentatore di televendite intergalattiche.
Idris Elba, il ponte di Grayskull
Idris Elba è il ponte generazionale del film: parla ai bambini, che lo vedono come una guida solida e carismatica, e parla agli uomini che un tempo impugnavano una spada di plastica davanti alla TV convinti di essere a due addominali dalla gloria. La sua presenza dà peso a un universo che, senza qualcuno capace di crederci davvero, rischierebbe di sembrare una sfilata di cosplay con budget illimitato.
Ridere del mito senza distruggerlo
Il bello è che il film si prende poco sul serio, ma prende sul serio il piacere dell’avventura. Gioca con i cliché del fantasy, dei cinecomic, dei film anni Ottanta e perfino della società contemporanea, come uno Skeletor che abbia seguito un corso di scrittura postmoderna. Sa benissimo di avere nel DNA muscoli, fulmini, pose eroiche e dialoghi da pronunciare guardando l’orizzonte, ma invece di vergognarsene li usa con intelligenza. E quando arriva il momento della scena iconica, quella in cui tutto dovrebbe diventare solenne, il film riesce davvero a essere epico. Un po’ contro ogni previsione, come trovare filosofia in un catalogo di action figure.

Camei, furgoni e altre profezie moderne
I camei sono eccellenti e piazzati con gusto. Dolph Lundgren in palestra è una gag così perfetta che quasi ci si stupisce non fosse già incisa sulle tavole della legge di Eternia. E il furgone Amazon che salva Adam è una di quelle idee talmente assurde da risultare inevitabili: in fondo, nel 2026, se il destino dell’universo non passa almeno una volta da una consegna tracciabile, che destino dell’universo è?
Il cammino dell’eroe, con meno bicipiti
La narrazione segue il classico cammino dell’eroe, ma lo fa con il passo di chi conosce benissimo la strada e ogni tanto si ferma a fare battute sui cartelli. Prince Adam non è solo il prescelto di turno, quello che deve scoprire il proprio potere, salvare il mondo e possibilmente sistemarsi i capelli durante l’apocalisse. È un ragazzo che deve capire cosa significhi davvero diventare He-Man. E la scelta più interessante è proprio questa: He-Man non è grosso perché deve essere uno di noi. Niente montagna di bicipiti impossibili, niente fisico da copertina di Men’s Health di Grayskull: l’eroismo qui non passa dalla circonferenza del tricipite, ma dalla capacità di scegliere chi essere.

Personaggi meno piatti dei loro giocattoli
Anche i personaggi secondari evitano la comoda trappola del “buono buono” e “cattivo cattivo”, che nel mondo di Eternia sarebbe pure comprensibile, visto che molti sembrano battezzati direttamente da un reparto marketing sotto caffeina. Invece hanno sfumature, fragilità, contraddizioni. Svelano lati che spesso in questo genere vengono lasciati nel retrobottega, accanto agli elmi di riserva e alle armi troppo difficili da pronunciare.
Rock, nostalgia e fulmini ben piazzati
Le musiche rock fanno il resto: ci riportano negli immortali anni Ottanta, quando una chitarra elettrica poteva spiegare meglio di un monologo cosa stesse succedendo nell’anima di un eroe. Ogni riff sembra dire: “Sì, lo sappiamo, tutto questo è esagerato. Ed è proprio per questo che funziona”. La colonna sonora di Daniel Pemberton trova poi un alleato d’eccezione in Brian May, storico chitarrista dei Queen, la cui impronta sonora attraversa l’intero film. In particolare, il brano “Eternia”, divenuto il tema simbolo della pellicola, è firmato da Pemberton e May e fonde orchestra, sintetizzatori e assoli di chitarra dal sapore decisamente anni Ottanta, evocando con efficacia l’immaginario eroico e avventuroso che ha reso He-Man un’icona generazionale. Il risultato è una colonna sonora potente e trascinante, capace di accompagnare l’azione senza mai soffocarla e di restituire allo spettatore quel senso di meraviglia epica che appartiene ai grandi racconti fantasy.
Verdetto: per il potere dell’autoironia
Masters of the Universe è quindi un fantasy pop, ironico, generoso e felicemente consapevole della propria assurdità. Non reinventa il genere, ma gli dà una bella lucidatura, ci mette sopra un mantello, accende due fulmini e lo manda in scena con una sicurezza contagiosa. È un film che sa ridere di sé senza diventare una parodia, sa essere epico senza gonfiarsi come un pallone da palestra eterniano e riesce nella missione più difficile: far tornare He-Man un eroe per tutti, anche per chi pensava di essere ormai troppo grande per gridare “Per il potere di Grayskull”.
Poi, naturalmente, lo grida lo stesso. Solo un po’ più piano.
E Jared Leto?
L’argomento merita un articolo a sé, in prossima uscita, sempre su Osservatorio CineSeries.