
Ammettiamolo un po’ tutti: perfino i detrattori più accaniti del King of Pop non possono rimanere indifferenti all’impatto visivo di “Michael”, pellicola del 2026 diretta da Antoine Fuqua, che racconta le origini e l’ascesa di Michael Jackson, uno degli artisti più influenti del ventesimo secolo.
Nei panni del protagonista suo nipote, Jaafar Jackson, convince per somiglianza e presenza scenica; l’effetto nostalgia è garantito e la narrazione scorre fluida dalla prima sequenza, che torna sul finale per proporci l’artista nel massimo splendore dopo il viaggio dell’eroe.
Quindi perché il giudizio è negativo? Esprimerò un giudizio personale di rara crudezza: se avessi voluto vedere Tale e quale show avrei aspettato la quinta edizione a gennaio o recuperato le puntate su RaiPlay. Siamo davanti a un’imitazione del mito, eseguita, come detto, in modo pregevole, in alcuni casi perfino aderente all’originale. E qui sorge il problema strutturale. Il massimo risultato di una simile operazione è presentare sul grande schermo un Michael aderente al nostro immaginario, quindi nella migliore prospettiva incontriamo una copia aderente. Esistono documentari che parlano di questo artista, dove è possibile ammirarlo, e perfino un’intera discografia corredata di tracce e videoclip.
Questo film nulla aggiunge all’esperienza “MJ” se non, come già sentenziato, un restyling dei nostri ricordi. Agendo in questa direzione, per intenzione o casualità, si finisce per santificare il personaggio.
Michael Jackson è stato un’icona da cui prendere ispirazione o da cui allontanarsi, un’influenza decisiva nel percorso artistico e nello sviluppo del gusto musicale, praticamente, dall’intero pianeta. Un mito già leggenda da vivente e, come tale, non immune alle luci e alle ombre generate dal costante riflettore.
Raccontare una patina tridimensionale del bambino che diventa adulto suona come una scelta comoda che banalizza tutta l’operazione. Da sempre è stato una macchina da soldi e questa somiglia all’ennesima strumentalizzazione, che funziona perfettamente… ma qui stiamo parlando di un film.
Ci sono stati problemi di accordi e diritti che hanno impedito di raccontare i lati negativi della sua vita privata e quindi è stata presa questa direzione, compromettente per tutta l’operazione. Non ha senso quindi, alla luce di questo, approfondire il perché manchi Janet, la sorella, che nel film non esiste, come Mark Caltagirone, inserendo la pellicola nel club delle opere con la sindrome di Chuck Cunningham. Milioni di persone volevano un tributo a un grande della musica da cui scoprire qualcosa, uscire dalla sala con un arricchimento costruttivo, e questo non è stato fatto, assistendo di fatto a uno spot in suo onore giunto tra l’altro tardivo, visto che, probabilmente, la sua dipartita avvenuta 17 anni fa non ha bisogno di alcuna redenzione.
Quindi, per concludere, la domanda è una sola e la risposta è la sentenza su questo film.
È questo il prodotto che avrebbe voluto Michael Jackson? Per noi proprio no, cara La Toya (Jackson, n.d.a.), perché lui, con tutto il suo talento e tutte le vicende oscure, non avrebbe tradito il patto di verità che ha sempre avuto con il (suo) pubblico.