
Spider-Man: Brand New Day – Recensione negativa di un film da accogliere senza giudicare
Brand New Day promette il ritorno dello Spider-Man più umano: solo, squattrinato e sopraffatto dai problemi. Offre invece un eroe assistito dal nulla, circondato da alleati mentre si proclama solitario e impegnato in conflitti che spariscono appena la sceneggiatura smette di averne bisogno.
Uscita italiana: 29 luglio 2026
Regia: Destin Daniel Cretton
Sceneggiatura: Chris McKenna ed Erik Sommers
Interpreti principali: Tom Holland, Zendaya, Sadie Sink, Jacob Batalon, Jon Bernthal, Mark Ruffalo, Michael Mando e Tramell Tillman
Prima che Spider-Man imparasse a volare
Prima di cominciare è necessaria una dichiarazione di parzialità.
A parlare è una persona che da ragazzo sognava di vedere, un giorno, un film di Spider-Man capace di raggiungere almeno una parte dell’energia e dell’immaginazione dei fumetti.
All’epoca avevamo soprattutto L’Uomo Ragno e L’Uomo Ragno colpisce ancora, derivati dalla serie televisiva americana degli anni Settanta con Nicholas Hammond. Gli effetti speciali erano serenamente rivedibili: Spider-Man scalava i palazzi con la prudenza di un amministratore condominiale durante un sopralluogo, le ragnatele intrattenevano rapporti creativi con la fisica e gli occhi della maschera sembravano due occhiali da sole adattati durante una domenica particolarmente operosa.
Eppure era un’epica meravigliosa. Guardavamo quelle imprese artigianali e speravamo che il cinema riuscisse finalmente a incontrare la fantasia dei fumetti. Non chiedevamo multiversi, varianti e personaggi provenienti da altre sette serie televisive: volevamo vedere Spider-Man muoversi sullo schermo come si muoveva nella nostra immaginazione.
Quel giorno, molto tempo dopo, è arrivato. Da allora ho visto tutti gli Spider-Man cinematografici: Tobey Maguire, Andrew Garfield, Tom Holland, ripartenze, resurrezioni, morti, ritorni e nuovi attori chiamati a raccontare ancora una volta la stessa responsabilità.
Sono quindi probabilmente la persona meno adatta a giudicare Brand New Day con autentico distacco. Ma proprio per questo sono anche una delle meno disposte a perdonare un film soltanto perché Spider-Man vi compare. Ho aspettato troppo a lungo che il cinema imparasse a farlo volare per accontentarmi, adesso, di vederlo semplicemente oscillare tra due grattacieli.
Peter Parker inciampa, Spider-Man vola
Spider-Man è sempre stato un ragazzo sopraffatto dai problemi. Peter Parker deve studiare, lavorare, pagare le bollette, trovare i soldi per l’affitto, vendere fotografie di sé stesso e sopportare di essere licenziato e riassunto mille volte. Deve affrontare difficoltà sufficienti a mettere in crisi qualsiasi ragazzo della sua età, con la piccola complicazione aggiuntiva di dover salvare periodicamente New York.
La maschera, però, non è soltanto un’altra responsabilità: è anche una forma di libertà. Quando Peter si lancia tra i grattacieli ritrova ciò che la vita quotidiana gli nega: sicurezza, talento, istinto, controllo. Essere Spider-Man è la cosa che sa fare meglio. Peter Parker inciampa nella propria vita; Spider-Man vola sopra la città.
È questo contrasto a rendere il personaggio riconoscibile. Sotto la maschera può scherzare, provocare i nemici, improvvisare e muoversi con una libertà che nella vita civile non possiede. Poi torna a terra e ritrova l’affitto, il lavoro, gli appuntamenti mancati e una quantità di problemi sproporzionata rispetto alla sua età.
In Brand New Day, invece, Peter Parker e Spider-Man sono sostanzialmente la stessa persona. Con la maschera o senza conservano la stessa voce, la stessa postura emotiva, lo stesso modo di attraversare le scene. Non avvertiamo il passaggio dal ragazzo oppresso all’eroe finalmente libero, né quello contrario, ancora più doloroso, dall’eroe capace di salvare la città al giovane incapace di tenere insieme la propria giornata. La maschera non rivela una parte diversa di lui: si limita a coprirgli la faccia.
Il film ci informa persino che Peter sta svolgendo un dottorato, ma non lo mostra mai sui libri, in laboratorio, in ritardo con una consegna o costretto a scegliere tra una ricerca e un’emergenza. Il dottorato è una riga nella biografia, accanto all’altezza e al gruppo sanguigno. Sarebbe bastato mostrarlo addormentato sopra un manuale per raccontare la doppia vita invece di dichiararla.
Il problema non è che Peter sia cresciuto. È che, crescendo, ha perduto la contraddizione che lo rendeva Peter Parker. Non è più un ragazzo che tenta di conciliare due esistenze incompatibili, ma un supereroe a tempo pieno al quale gli sceneggiatori hanno assegnato un titolo di studio per fingere che possieda ancora una vita privata.
Il supereroe squattrinato assistito dal nulla
La precarietà economica non è un accessorio di Peter Parker: è quasi un superpotere al contrario. Spider-Man può salvare New York e, poco dopo, non sapere come pagare l’affitto. Può essere un genio scientifico e non avere i mezzi per trasformare il proprio talento in benessere. È questa sproporzione tra valore e condizione materiale a renderlo umano.
In Brand New Day, invece, Peter dispone di smartphone, computer, sistemi elettronici e dispositivi difficilmente conciliabili con il mito dell’eroe squattrinato. Il problema non è che li possieda, ma che il film non spieghi come. Sarebbe bastata una dotazione rimasta dalle Stark Industries, una donazione, un fondo predisposto da Tony o una parte dell’eredità di zia May. Una frase, non un trattato di diritto tributario.
Potevano mostrarci un computer Stark ormai obsoleto, riparato venti volte perché Peter non può permettersi di sostituirlo. Sarebbe stato insieme una risorsa, un problema economico e un legame con il passato. Invece la tecnologia semplicemente c’è, concessa da quella misteriosa forma di assistenza sociale di cui beneficiano i protagonisti quando la sceneggiatura non vuole perdere tempo con la vita reale.
Dopo la morte di May la questione diventa ancora più evidente. Che cosa è accaduto alla sua casa? Peter può abitarci? Era in affitto? È stata venduta? C’era un mutuo? Ha ereditato qualcosa? Ha dovuto svuotare le stanze, conservare gli oggetti, pagare debiti, affrontare una successione?
Non sono dettagli burocratici estranei a Spider-Man: sono esattamente le beghe contro le quali Peter ha sempre combattuto. La morte di May avrebbe dovuto lasciare, oltre al vuoto emotivo, un vuoto pratico. Quando scompare l’unico adulto che si occupava di te, scompare anche chi conosceva i documenti, ricordava le scadenze e sapeva a chi telefonare quando qualcosa si rompeva.
Nel film è come se una figura adulta continuasse silenziosamente ad amministrare la vita di Peter. Non la vediamo, non ha un nome, non esiste; eppure qualcuno sembra pagare, acquistare e sistemare tutto ciò che il racconto non vuole affrontare. È il fantasma dell’adulto responsabile. Peter è teoricamente solo, ma la sceneggiatura gli risparmia proprio i problemi che dovrebbero dimostrare quanto sia difficile vivere senza May. Può salvare il mondo, certo; il vero Peter Parker dovrebbe anche scoprire di non avere idea di come si compili una dichiarazione di successione.
Il crociato solitario con una rubrica da Avenger
Il patto narrativo iniziale sembra chiaro: Peter è rimasto solo e affronta ogni problema senza chiedere aiuto. Alla fine dovrebbe capire che nessuno può fare tutto da sé. È un arco legittimo, peccato che il film lo smentisca scena dopo scena.
Peter si proclama crociato solitario, ma dispone di una rete perfino più attiva di quella mostrata nei capitoli precedenti. Ha contatti con la Vedova Nera, può rivolgersi a Banner, intrattiene con il Punitore un’amicizia già formata e viene chiamato da una poliziotta che si preoccupa per lui. Non è un uomo isolato: è perfettamente inserito in un sistema.
Il film confonde sentirsi soli con essere soli. Peter può provare una solitudine profondissima nonostante gli alleati; sarebbe bastato mostrare che nessuno di quei rapporti colma il vuoto lasciato da May, MJ e Ned. Invece continua a dichiarare che fa tutto da solo mentre ogni venti minuti compare qualcuno pronto ad aiutarlo.
Il caso più evidente è Frank Castle, non più semplice alleato ma figura adulta che consiglia, protegge e richiama Peter alle proprie responsabilità. In sostanza, un nuovo zio Ben con molte più armi e una concezione leggermente diversa della giustizia riparativa. Anche qui il film toglie un adulto e ne inserisce subito un altro, così Peter può essere solo senza dover subire tutte le conseguenze della solitudine.
Banner lo collega direttamente alla rete supereroistica; la poliziotta gli offre una relazione di fiducia; gli altri lo cercano e combattono con lui. Può essere infelice, ma non può essere definito completamente isolato. Perciò la conclusione «non si può fare tutto da soli» risponde a una domanda che il film non ha posto. Peter riceve aiuto per tutta la storia e alla fine scopre, con grande solennità, di non essere solo. Più che un arco narrativo, è un problema di distrazione.
MJ e il sacrificio revocato senza spiegazioni
Nei film precedenti Peter aveva compiuto un sacrificio preciso: allontanarsi dalle persone amate per impedire che la sua vita da Spider-Man le mettesse ancora in pericolo. Non era una scelta felice, ma era coerente: la sicurezza di MJ e Ned valeva più della sua felicità.
In Brand New Day le circostanze lo costringono a intrecciare di nuovo rapporti con MJ. Questo è giusto: la vita può riportarti proprio dove avevi deciso di non tornare. Il problema comincia quando, terminata la necessità immediata, Peter continua a frequentare MJ e Ned e prova a reinserirsi nella loro casa senza chiarire davvero che cosa stia facendo.
È una reazione umanissima. Peter è solo, ha perduto May ed è stato dimenticato dalle persone più importanti della sua vita. Vuole riprendersi almeno una parte dell’esistenza sacrificata. Ma il film presenta questo ritorno come una scelta sensata e moralmente corretta, non come la debolezza di un uomo che non riesce più a sopportare il prezzo della propria decisione.
Se Peter aveva scelto la distanza per proteggerli, ora deve spiegare perché quella logica non valga più. Potrebbe aver capito che decidere al posto degli altri non significa proteggerli; potrebbe voler restituire a MJ il diritto di scegliere; oppure potrebbe semplicemente non essere abbastanza forte da rinunciare a lei una seconda volta.
Quest’ultima possibilità sarebbe stata la più potente. Peter sa che tornare contraddice il sacrificio precedente, sa che potrebbe esporla di nuovo al pericolo, eppure continua a farlo perché la solitudine è diventata insopportabile. Non una decisione eroica, ma una scelta profondamente umana: il supereroe capace di salvare il mondo che non riesce a vivere per sempre dentro la propria rinuncia.
Invece il film lo assolve preventivamente. Trasforma il bisogno in saggezza e il ritorno in crescita. Ma potrebbe essere nostalgia, egoismo, debolezza: il limite di Peter Parker. Il ritorno da MJ non doveva essere la direzione giusta; doveva essere la direzione che Peter, nonostante tutto, non riesce più a evitare.
Mutazioni a scadenza di sceneggiatura
Parlare dell’antagonista significa parlare delle mutazioni, perché il film costruisce buona parte della storia attorno a due trasformazioni parallele: quella fisica di Peter e quella psicologica della giovane telepate, una specie di Jean Grey cresciuta nella corsia rapida della sceneggiatura.
Peter scopre che la puntura del ragno non ha terminato il proprio lavoro. Il suo organismo cambia, sviluppa nuove capacità e produce effetti incontrollabili. Il risveglio avviene però esattamente quando serve alla trama: la mutazione compare, scompare, limita o potenzia Peter secondo le necessità della scena.
Peter costruisce perfino un sistema per contenerla, segno che il problema è abbastanza serio da richiedere studio e contromisure. Mezzo film ci mostra un protagonista che non può fidarsi del proprio corpo. Poi arriva il finale: Peter non trova una cura, non comprende ciò che accade e non paga conseguenze. Smette di opporsi, sfrutta la mutazione e tutto funziona.
Quella che era una trasformazione dolorosa diventa una risorsa perfettamente controllabile. Un’inquadratura del suo sguardo dovrebbe convincerci che abbia imparato in un secondo a dominare ciò che per ore non riusciva neppure a capire. Potrebbe passare in un film sulle origini; questo Peter, però, ha già attraversato tre capitoli propri, avventure collettive, morti, resurrezioni e catastrofi cosmiche. Non è più al primo giorno di scuola.
Il film confonde accettazione e soluzione. Peter accetta la mutazione, quindi la mutazione smette di creare problemi. Ma accettare qualcosa non significa controllarla e, soprattutto, non significa cancellarne le conseguenze.
Il lutto elaborato durante una visita nella mente di Peter
Lo stesso errore viene commesso con la telepate. Il personaggio nasce sostanzialmente buono e agisce per liberare la sorella, alla quale ha dedicato anni di tentativi e speranze. Quando scopre che è stata uccisa, il dolore la trasforma nell’antagonista. Fin qui, il percorso è comprensibile: non perde soltanto una persona, ma anche il progetto attorno al quale aveva costruito la propria vita.
Il problema è che questa disperazione dura pochissimo. Nel finale entra nella mente di Peter e incontra il ricordo di zia May. Per una telepate che fin dall’infanzia attraversa le coscienze altrui, entrare nella mente di qualcuno non dovrebbe essere un’esperienza sconvolgente: non sta violando per la prima volta uno spazio misterioso, sta andando al lavoro.
Inoltre May è una donna che non ha mai conosciuto. Le sue parole possono toccarla, offrirle una prospettiva e aprire la prima crepa nella rabbia. Ma non possono guarirla. Per lei May è il ricordo di un’altra persona, il frammento di un lutto estraneo. Quelle parole potrebbero essere una pillola che addolcisce il dolore; il film le usa come una terapia completa.
Nel giro di pochi minuti la ragazza recupera lucidità e sembra pronta a ricostruire la propria esistenza. Ma ha scoperto che anni di tentativi erano inutili, che la speranza su cui aveva fondato la vita non aveva più oggetto e che il futuro immaginato non sarebbe mai esistito. Un dolore simile richiede tempo, rabbia, ricadute, relazioni e probabilmente anni di terapia.
Non doveva restare malvagia per sempre. Poteva rinunciare alla vendetta senza aver superato il lutto, salvare Peter e poi crollare, fuggire o confessare di non sapere come continuare. Sarebbe stato l’inizio di un percorso, non la sua conclusione.
Invece zia May diventa una medicina universale. Peter guarda dentro sé stesso e controlla il proprio corpo; la telepate guarda dentro Peter e controlla il proprio dolore. Nessuno risolve davvero qualcosa: entrambi smettono di avere il problema perché la sceneggiatura è arrivata alla fine.
Hulk entra, Hulk esce, grazie Hulk
Il problema generale di Brand New Day non è soltanto la debolezza delle soluzioni, ma la quantità di elementi aggiunti senza chiedersi se servano davvero.
Hulk compare, occupa spazio e scompare. Non trasforma Peter, non modifica Banner e non lascia conseguenze proporzionate alla propria presenza. È Hulk. Arriva Hulk. Guardate, c’è Hulk. Grazie Hulk, può andare.
Lo stesso accade con Scorpion: viene posseduto, combatte contro Spider-Man, viene sconfitto e poi scopriamo che non era veramente lui. Fine della parentesi. In un altro film una sequenza simile sarebbe stata tagliata, perché non sviluppa Scorpion, non cambia Peter e non modifica il corso della storia. Esiste per offrire un combattimento e un altro personaggio riconoscibile.
Ma una scena che non aggiunge niente non rimane neutrale: toglie. Toglie tempo, attenzione e spazio ai temi che avrebbero bisogno di respirare. Ogni deviazione rende più sbrigativa la mutazione, più superficiale la telepate e meno credibile il ritorno da MJ.
Il film non procede: accumula. Personaggi entrano e spariscono, problemi sembrano centrali e vengono abbandonati, svolte si risolvono nel momento in cui dovrebbero produrre conseguenze. Più che una trama, sembra un ripostiglio Marvel: ogni volta che apri la porta cade fuori qualcun altro.
Per chi è stato fatto questo film?
Alla fine rimane la domanda decisiva: per chi è stato fatto Spider-Man: Brand New Day?
Non davvero per i più piccoli. I bambini possono seguire combattimenti, trasformazioni, Hulk e ragnatele, ma difficilmente comprendono fino in fondo i problemi che il film pretende di esporre: lutto, solitudine, identità cancellata, ricostruzione di sé. Vivono quindi un’esperienza parziale, la superficie spettacolare di una storia che vorrebbe parlare soprattutto d’altro.
Il pubblico ideale sembra essere quello dei ventenni cresciuti insieme allo Spider-Man di Tom Holland. Per loro Peter non è soltanto un personaggio, ma il protagonista di una stagione della propria vita. Lo hanno conosciuto adolescente, seguito negli Avengers, visto morire, tornare, perdere May e rinunciare a MJ. Il legame affettivo precede la valutazione narrativa.
Ed è questo affetto a permettere al film di sopravvivere. Ogni ritorno emoziona perché riguarda qualcuno già conosciuto; ogni collegamento appare importante perché appartiene a un universo amato; ogni contraddizione può essere ricucita con ciò che lo spettatore ricorda dei capitoli precedenti. Brand New Day non costruisce molte delle proprie relazioni: conta sul fatto che siano state amate altrove.
Per un pubblico adulto, meno disposto a considerare la familiarità una qualità narrativa, rimane una trama che non decolla. Accadono moltissime cose e quasi nessuna sembra necessaria. Le immagini passano, i combattimenti esplodono, la musica segnala con precisione il momento in cui dovremmo emozionarci; eppure tutto scivola via.
Non resta una scena capace di ridefinire il personaggio, una scelta davvero dolorosa, una conseguenza che accompagni lo spettatore fuori dalla sala. Rimane Tom Holland, o meglio l’affetto che una generazione prova per lui. Ma l’affetto del pubblico non può sostituire per sempre una sceneggiatura.
Un film non diventa profondo perché parla di trauma, coerente perché pronuncia la parola solitudine o adulto perché i personaggi soffrono. Spider-Man: Brand New Day è costruito per essere accolto più che giudicato: chiede allo spettatore di portare con sé l’emozione dei film precedenti, riempire le parti mancanti e attribuire importanza a rapporti che questa storia non si prende il tempo di costruire.
Chi è cresciuto con questo Spider-Man probabilmente gli perdonerà quasi tutto. Chi è cresciuto abbastanza da non accontentarsi più della sola presenza di Spider-Man vedrà un film confuso, sovraccarico e incapace di comprendere fino in fondo il proprio protagonista.
La promessa era il ritorno del supereroe con superproblemi. I poteri sono rimasti; i problemi vengono nominati all’inizio di una scena e risolti prima che possano disturbare quella successiva.
Morale della favola: se avete più di trent’anni e questa settimana decidete di andare al cinema, saltate una sala.
E andate a rivedere L’Odissea.