
Vi proponiamo oggi “Parole”, una poesia di Bruna Santoni che affida ai versi una riflessione intensa e dolorosa sulla distanza tra ciò che viene detto e ciò che realmente accade. Proclami, promesse e dichiarazioni si scontrano con la concretezza di fatti «orribili, atroci, vili», mentre sullo sfondo emerge il dramma di chi continua a lottare semplicemente per restare in vita. Una poesia civile, essenziale e diretta, che interroga il nostro presente e richiama alla responsabilità delle parole, soprattutto quando dietro di esse ci sono vite, sofferenza e sangue.
PAROLE
Parole, parole,
proclami, promesse ingannevoli, parole equivoche,
parole vuote,
parole false.
Smentite ogni
volta dai fatti.
Fatti orribili,
atroci, vili.
Parole figlie della
brama di potere,
del delirio di onnipotenza,
dell’indifferenza.
Parole
scritte col sangue
di chi ancora non s’arrende,
che lotta per restare,
nonostante tutto,
in vita.– Bruna Santoni –
Analisi a cura della poetessa Alessandra Prospero
In “Parole”, Bruna Santoni mette sotto accusa la distanza, spesso drammatica, tra ciò che viene detto e ciò che realmente accade. La reiterazione iniziale di «Parole, parole» introduce immediatamente il tema e conferisce al testo un andamento quasi martellante. La parola, che dovrebbe essere strumento di comunicazione e di verità, viene progressivamente svuotata della propria funzione: diventa proclama, promessa ingannevole, ambiguità, falsità.
La sequenza:
«parole equivoche,
parole vuote,
parole false»
costruisce una sorta di climax negativo. Non siamo più davanti alla parola che interpreta il mondo, ma a una parola che lo occulta e lo manipola.
La cesura decisiva arriva con il passaggio dalle “parole” ai “fatti”:
«Smentite ogni
volta dai fatti.
Fatti orribili,
atroci, vili.»
È probabilmente il punto più duro della poesia. Alla proliferazione delle parole l’autrice contrappone la concretezza brutale dei fatti. Anche formalmente il verso si contrae: gli aggettivi «orribili, / atroci, vili» cadono uno dopo l’altro, senza bisogno di spiegazioni. La realtà diventa la prova che smaschera la retorica.
Ma Santoni non si limita a denunciare la menzogna. Cerca anche di individuarne l’origine. Le parole condannate nella prima parte sono:
«figlie della
brama di potere,
del delirio di onnipotenza,
dell’indifferenza.»
Qui la poesia assume apertamente il carattere di poesia civile. Il bersaglio non viene identificato con un nome, un Paese o un preciso avvenimento: proprio questa assenza rende il testo applicabile a scenari diversi nei quali il potere utilizza il linguaggio per giustificare, minimizzare o nascondere la violenza.
Particolarmente significativa è la presenza dell’indifferenza accanto alla «brama di potere» e al «delirio di onnipotenza». La responsabilità morale, dunque, non appartiene soltanto a chi esercita il potere, ma sembra estendersi anche a chi assiste e rimane indifferente.
Il rovesciamento finale
Negli ultimi versi avviene però un cambiamento importante. La poesia non termina con la denuncia delle parole false, ma restituisce alla parola una possibilità di verità:
«Parole
scritte col sangue
di chi ancora non s’arrende»
L’immagine delle “parole scritte col sangue” è la metafora più forte dell’intero componimento. Alle parole vuote del potere vengono contrapposte parole che acquistano peso perché sono pagate attraverso l’esperienza concreta della sofferenza.
E proprio qui entra nel testo l’altro grande tema della poesia: la resistenza.
Gli ultimi versi:
«che lotta per restare,
nonostante tutto,
in vita.»
spostano l’attenzione dal potere alle sue vittime. Il verbo “restare” è particolarmente significativo: non si parla di vincere o prevalere, ma dell’atto elementare e insieme estremo di continuare a esistere. Restare in vita diventa già una forma di resistenza.
Lo stile
La poesia utilizza un verso libero, privo di uno schema metrico tradizionale, perfettamente coerente con il carattere diretto e civile del testo. Sono soprattutto le ripetizioni a costruirne il ritmo: «parole» domina la prima parte, mentre «fatti» introduce la brusca irruzione della realtà.
L’anafora di “parole” non è soltanto una scelta musicale. Produce quasi un senso di saturazione: tante parole pronunciate, ripetute, diffuse, mentre la realtà continua a contraddirle.
Anche la punteggiatura contribuisce al ritmo frammentato. I periodi brevi e l’isolamento di alcune parole conferiscono al componimento una cadenza che ricorda una denuncia pronunciata ad alta voce, più che una meditazione intimistica.
Il significato complessivo
Parole può essere letta come una denuncia della retorica del potere di fronte alla sofferenza umana. La poesia mette in scena due linguaggi contrapposti: quello delle promesse, dei proclami e delle giustificazioni e quello dei fatti, che non può essere cancellato dalle dichiarazioni ufficiali.
Ma c’è anche una seconda opposizione, più sottile: parole false contro parole autentiche. Le prime nascono dal potere e dall’indifferenza; le seconde sono «scritte col sangue» di chi continua a lottare per vivere.
Per questo il componimento non è soltanto una poesia di denuncia. È anche una riflessione sulla responsabilità della parola: le parole possono mentire, coprire e manipolare, ma possono anche testimoniare. Ed è proprio nella testimonianza di chi soffre e resiste che, per Bruna Santoni, sembrano recuperare il loro significato più autentico.