
Il nuovo realismo della DC
Il nuovo trailer di Supergirl conferma una direzione ormai abbastanza chiara: la DC di James Gunn vuole essere più viva, più sporca, più realistica, meno impomatata rispetto a certa mitologia supereroistica precedente. Meno statue di marmo, meno pose da santino, più corpi che cadono, più pugni che fanno male, più personaggi che sembrano abitare un mondo fisico e non soltanto un poster promozionale.
Fin qui, tutto bene. Anzi: benissimo.
Il problema nasce quando questo nuovo realismo rischia di trasformarsi in un equivoco. Perché rendere un cinecomic più accattivante, più moderno e più narrativamente concreto non significa necessariamente caricarlo di violenza esplicita. Non significa che, per farci credere a un mondo abitato da kryptoniani, alieni, mostri, supercani, raggi laser e gente in calzamaglia che vola, bisogna per forza mostrarci colpi brutali, ferite insistite o scene costruite per scioccare.
Il punto non è censurare. Il punto è capire la materia.
Un genere nato anche per i bambini
Il cinecomic nasce da un immaginario popolare, colorato, infantile nel senso più alto del termine: non “stupido”, non “semplice”, non “minore”, ma capace di parlare ai bambini prima ancora che agli adulti. Poi, certo, quel linguaggio è cresciuto, si è complicato, ha conquistato generazioni diverse, ha prodotto opere mature, oscure, perfino tragiche. Ma la radice resta quella: un bambino che guarda il cielo e immagina qualcuno capace di volare per salvarlo.
Se quella radice viene tagliata, qualcosa si rompe.
Il precedente di Superman
Il Superman di James Gunn aveva già mostrato questa contraddizione. Da una parte c’era il tentativo, anche interessante, di restituire a Superman un mondo più umano, più nervoso, più abitato, meno ingessato. Dall’altra c’era una scelta di violenza secca, brutale, difficilmente compatibile con l’idea di un grande film di intrattenimento condivisibile anche con i bambini.
La scena è quella in cui Lex Luthor uccide Malik, un venditore di falafel, con un colpo di pistola alla testa davanti a Superman. La regia non insiste sul dettaglio più grafico, e infatti la versione ancora più sanguinosa venne tagliata, ma il senso della scena resta durissimo: un civile viene giustiziato a sangue freddo per dimostrare la spietatezza di Luthor e l’impotenza momentanea di Superman. È una scena narrativa, certo. Serve a dire qualcosa. Ma resta un’esecuzione dentro un film che porta sul petto il simbolo di Superman.
Ed è qui che nasce il problema.
Non perché sia impossibile raccontare il pericolo. Non perché un film di supereroi debba essere fatto di zucchero filato, battute e nemici che cadono senza conseguenze. Ma perché una scena del genere può diventare una barriera.
Un genitore che vorrebbe portare suo figlio al cinema per condividere Superman, per fargli vivere quella prima grande emozione davanti allo schermo, a quel punto si ferma. Esita. Si chiede: “È davvero un film per lui?”. E nel momento in cui questa domanda diventa troppo pesante, il cinecomic ha già perso una parte fondamentale della sua missione.
Supergirl sembra imboccare la stessa strada
Il trailer di Supergirl sembra muoversi nello stesso territorio. C’è un’idea di azione più secca, più fisica, più aggressiva. C’è una Kara meno angelicata, meno luminosa, più segnata, più furiosa. Anche questo, in sé, può essere interessante. Supergirl non deve essere per forza la versione sorridente e addolcita di Superman. Può avere rabbia, dolore, trauma, solitudine, perfino desiderio di vendetta. Può essere un personaggio spigoloso.
Ma una cosa è raccontare il dolore. Un’altra è compiacersi della violenza.
Il cinema di supereroi non deve tornare per forza alla vecchia innocenza artificiale, dove nessuno sanguina mai, nessuno si fa davvero male e le città vengono distrutte come plastici senza abitanti. Quella strada, portata all’eccesso, diventa falsa. Però esiste una via più intelligente: far sentire il peso dell’azione senza indulgere nella brutalità; suggerire il pericolo senza trasformarlo in spettacolo della sofferenza; costruire tensione senza usare la ferita come scorciatoia emotiva.
Si può fare. Anzi, è proprio lì che si vede la bravura.
Azione dura non significa violenza gratuita
La violenza esplicita è spesso la soluzione più facile. Mostrare un colpo devastante, un corpo ferito, una morte secca, produce una reazione immediata. Funziona. Ma funziona nel modo più elementare. Il problema è che Superman e Supergirl dovrebbero stare un gradino sopra. Non perché siano personaggi “puri” in senso moralistico, ma perché rappresentano una fantasia di protezione, di speranza, di elevazione.
Quando un bambino guarda Superman, non sta solo guardando un uomo fortissimo. Sta guardando l’idea che la forza possa servire a difendere, non a dominare. Quando guarda Supergirl, non sta solo guardando una ragazza invulnerabile che picchia più forte degli altri. Sta guardando qualcuno che potrebbe trasformare il dolore in scelta, la rabbia in giustizia, la ferita in responsabilità.
Il punto non è impedire ai bambini di conoscere il male. Il punto è non consegnarglielo nella forma più brutale, esplicita e definitiva, dentro un film che porta sul petto il simbolo di Superman.
La falsa scusa del “si vede di peggio”
Non regge la solita giustificazione: “Tanto in televisione si vede di peggio”.
È vero. Si vede di peggio ovunque. Nei telegiornali, nei social, nelle serie, nei videogiochi, nei video che arrivano ai ragazzi senza filtro, nella cronaca quotidiana, nella realtà che spesso è già abbastanza feroce. Proprio per questo il cinema popolare non dovrebbe inseguire quella ferocia come se fosse una medaglia di maturità.
L’arte, anche quando è intrattenimento, può avere un compito più alto: non ripulire il mondo, ma almeno non peggiorarne l’immaginario. Può offrire una pausa, una direzione, una possibilità diversa. Può raccontare il conflitto senza celebrare la brutalità. Può mostrare il male senza trasformarlo in attrazione.
Il problema non è essere adulti, ma dimenticare i bambini
Un film di supereroi può essere emozionante senza essere crudele. Può essere epico senza essere brutale. Può essere adulto senza diventare respingente per i bambini. Può contenere paura, perdita, rabbia, conflitto, ma deve saperli filtrare attraverso una forma che non tradisca la promessa originaria.
La promessa è semplice: vieni al cinema, guarda in alto, credi per due ore che qualcuno possa arrivare a salvarti.
Non è poco. Anzi, oggi forse è tantissimo.
Per questo Supergirl, prima ancora di uscire, ha già un problema. Non un problema di cast, non un problema di estetica, non un problema di ambizione. Il problema è capire che cosa vuole essere. Se vuole essere un grande racconto fantastico capace di parlare a tutti, deve ricordarsi che “più realistico” non significa “più violento”. Che “più moderno” non significa “meno accessibile”. Che “più adulto” non significa “meno nobile”.
La nuova DC può essere più libera, più energica, più coraggiosa. Ma dovrebbe anche avere il coraggio più difficile: rinunciare alla violenza gratuita.
Perché l’action può restare spettacolare. I combattimenti possono essere duri. I personaggi possono cadere, sanguinare, soffrire. Ma il cuore del racconto dovrebbe restare altrove: nella scelta di proteggere, nella possibilità di rialzarsi, nell’idea che la forza non sia mai davvero interessante se non viene messa al servizio di qualcosa di più grande.
Supergirl può ancora essere tutto questo.
Ma deve ricordarsi che il cielo non appartiene solo agli adulti.